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RedattoriBannerLinkLink Link Link Link | L'Arte della Guerra
The Fog of War: Eleven Lesson of Robert McNamara è un documentario in cui il ministro della difesa americano che perse il 'Nam riflette su quell'esperienza e sui suoi errori e proponendo i relativi palliativi. Le cosiddette undici lezioni che provo a commentare 1 Prova empatia verso il tuo nemico Cosa si intende per empatia ? Spesso questa, come sta facendo Obama, viene scambiata per la simpatia, dimenticano una piccola lezione di Schmitt: il fatto che tu smetti di odiare il tuo nemico non implica che questo farà altrettanto Empatia significa diventare specchio del proprio avversario: comprendere i suoi ragionamenti ed i suoi istinti irrazionali, per anticipare le sue mosse e colpirlo dove gli fa più male 2 La razionalità non ci salverà L'illusione dell'Occidente, figlia dell'Illuminismo, è che l'Uomo sia un animale razionale. Purtroppo non è così. La ragione è spesso una costruzione a posteriori per giustificare i nostri comportamenti istintivi e caotici Nella guerra, è necessario partire dall'assioma che noi ed il nostro avversario siamo mediamente stupidi, incapaci di pianificare a lungo periodo e di individuare quella che è la soluzione ottima per ottenere i nostri obiettivi. E' necessario partire dalla consapevolezza della nostra fallibilità, per raggiungere il massimo della flessibilità tattica. Dall'umiltà, per non esser sorpresi dal nostro Nemico, dando per scontati i suoi comportamenti 4 Massimizzare l'efficienza Qui McNamara entra in palese contraddizione. Lo scopo della guerra, riducendolo all'osso, è porre il nemico in condizione di non nuocere. Per far questo, è necessario colpirlo con la forza necessaria a raggiungere tale obiettivo. Forza che non deve essere proporzionale a quella dell'avversario, generando un ciclo di azione e reazione che oltre logorare entrambi i contendenti, li rende prevedibili 6 Ottieni tutti i dati L'ignoranza è il primo nemico della Vittoria 7 Le convinzioni e le rappresentazioni sono spesso sbagliate La revisione è la chiave dell'imprevebilità, per non farsi imprigionare in schemi definiti e prevedibili. 9 Per ottenere il bene, si può essere costretti a fare il male Di fatto, l'Idealismo, distorcendo la percezione del Reale e la decisione strategica è il secondo nemico della Vittoria
Marinetti Redivivo
Ladies and gentlemen, cent'anni fa il mio Manifesto elencava fra i suoi punti fondamentali: energia e temerarietà; audacia e ribellione; schiaffo e pugno; bellezza della velocità; distruzione dei musei eccetera; guerra sola igiene del mondo. Ora, io non sono nessuno per stabilire se il Futurismo abbia avuto o meno un valore assoluto; ma mi sento di dubitare che possano aver senso tutte queste celebrazioni. Per dire, nell'Italia di oggi nemmeno un autore quindicenne avrebbe il coraggio di scrivere ò e à come faceva Palazzeschi per significare ho o ha; figuriamoci se qualche scrittore adulto avrebbe l'ardire di sbriciolare la grammatica, usare ogni verbo all'infinito e giustapporre aggettivi semaforici, onomatopee e segni matematici per trasvalutare la sintassi. Si festeggia perchè è trascorso un secolo, ma è stato utile ? Usando come misura i punti fondamentali del mio stesso Manifesto, mi pare che quegli stessi italiani che si sono accalcati all'ingresso delle mostre retro-futuriste fossero in realtà altrettanti molli passatisti. Nessuno temerario a sufficienza da entrare ostentatamente, che so, senza biglietto o in mutande; nessuno audace abbastanza da sfregiare con un temperino non dico le opere esposte, ma almeno i cartelloni pubblicitari; schiaffi e pugni neanche l'ombra; altro che velocità, riescono a far arrivare in ritardo persino la Freccia Rossa; frequentano con sussiego musei, biblioteche e accademio, ma solo se costretti; la guerra, nemmeno per idea. Nè voglio considerare i trascurabili risultati conseguiti dall'arte e dalla letteratura italiane negli ultimi cinquant'anni; mi concentrerò sull'unico strumento di certificato progresso culturare, il televisore. Residui di futurismo inconscio sono nel pubblico della "Corrida" che fa grande sfoggio di pentole e campanacci ma tremate allo strabordante passatismo del primo canale: al sabato sera - la gara di ballo ! La gara di ballo imperversa nella nazione alla quale nel 1914 rivolsi Abbasso il tango e Parsifal! chiedendo espressamente: "Vi pare dunque molto divertente guardarvi l'un l'altro nella bocca e curarvi i denti estaticamente l'un l'altro, come due dentisti allucinati ? Vi pare dunque molto divertente inarcarvi disperatamente l'uno sull'altro per sbottigliarvi a vicenda lo spasimo, senza mai riuscirvi ? O fissare la punta delle vostre scarpe, come calzolai ipnotizzati ?" Inutile, sul primo si continua a ballare, e qualsiasi canale mi mostra le tracce del passatismo più bieco che condannai all'alba del secolo. Potrei citarmi parola per parola. Se incoccio la pubblicità," rimbalzano i capricci femminili e le prodigalità dei bambini sull'apoplettica cocciutaggione dei padri avari". Se mi azzardo a seguire una fiction o ad ascoltare il Festival di San Remo, ecco che "tutti soffrono, si deprimono, si esauriscono, incretiniscono, in nome di una divinità spaventosa da rovesciare: il sentimento" Di futurista in Italia è rimasto soltanto Josè Mourinho. Il suo celebre proclama della prostituzione intellettuale dei cronisti sportivi fu tratto pari pari da quello di Carrà e Boccioni sulla pittura: "Le esposizioni, i concorsi, la critica superficiale e mai disinteressata condannano l'arte italiana all'ignominia di una vera prostituzione !" Per tacere della politica: nel 1913 scrissi che il nostro programma futurista avrebbe sconfitto "Repubblica, popolo sovrano, internazionalismo pacifista, antimilitarismo, anticlericalismo, mediocrazia e scetticismo, senilismo e moralismo, demagogismo, culto delle rovine e dei monumento, positivismo razionalista e ideale di un'Italietta borghese, tirchia e sentimentale" Non potevo saperlo, ma non sopportavo il Pd cent'anni prima che lo fondassero. Infine, la fregatura sublime fu scrivere: " I più anziani di noi hanno tren'anni. Quando avremo quarant'anni, altri uomini più giovani e validi di noi ci gettino pure nel cestino, come manoscritti inutili. Noi lo desideriamo !" Lo desideravamo eccome, ma chi è venuto dopo di noi ci sottrae al nostro cestino e ci eleva su un piedistallo. L'Italia non ci ascolta, ma ci celebra e ci festeggia: siamo passati invano Gurrado, immaginando un discorso di Marinetti redivivo
Lettera aperta ai poeti, o presunti tali, ovvero 'Sulla condizione attuale'.
Cari poeti o presunti tali, Il problema del poeta è che non si sa bene più che cosa sia, e allora lui corre dietro ai suoi panni senza raggiungerli mai, o meglio, ai panni che crede che dovrebbe vestire per essere qualcosa, qualcuno. Sì, è un modo un po' insolito di cominciare un discorso, direte voi 'fastidioso' perché alla fine butto lì il risaputo, senza troppe lungaggini, ma d'altra parte proprio il lampante in certi momenti va ribadito. La realtà, andando avanti per questa strada, è questa, che alla fine chi scrive poesia viene dal passato, e solo nella tradizione è il suo amore, (per dirla alla Pasolini). Il fatto è che questa sua condizione, per dirla tutta, non va proprio a nozze con i tempi in cui viviamo, con 'il qui e ora'. Con questo stato di cultura veloce-dinamica e, per certi versi, vuota. Vuota perché niente fa a tempo a diventare usanza che è già svanita o se un'usanza davvero c'è, be', non ce ne possiamo accorgere visto che ne siamo partecipi (!). L'usanza, o quella che chiamiamo tale, sembrerà strano, ma viene fuori solo quando è messa all'angolo e a qualcuno questa cosa non va bene, perché è un po' abitudinario e così siamo costretti a tirare fuori dalle soffitte i libri di cucina delle nonne per capire da dove siamo arrivati e 'inventarci un'usanza' che, di per sé non ha più senso di essere – e mentre lo facciamo ci sentiamo anche dentro qualcosa che si ritorce, una vocina che ci dice «che cattivo che sei stato»... Però qualcuno ha detto che la cultura è qualcosa in movimento, in evoluzione, e che quando non è così si tratta di semplice folklore, allora lasciamo il folklore ad altri, e riappropriamoci del tempo. Basta con i poeti soggetti della museificazione, quel processo per cui un luogo viene mantenuto in un preciso modo perché la sua immagine idealizzata possa essere venduta, come i paesi montani dove tutte le case sono di legno, tutti vestono abiti tradizionali, tutti hanno gerani alle finestre e vacche nel pascolo davanti a casa, prendiamo esempio dall'Europa, con poeti che vendono decine di migliaia di copie delle loro raccolte, che leggono sugli autobus i loro lavori e per le piazze, che sono semplicemente quello che sono, poeti. Il poeta, quello italiano, quello che conosco bene e di cui parlo, spesso non sa semplicemente dove andare a sbattere il muso, si accontenta di recitare una parte marginale nel teatrino sociale e si dimentica che come prima cosa dovrebbe cercare d'essere un uomo (fuori da ogni macismo, mi riferisco alle parole di Montale)... Ma invece per ora si accontenta dei mediocritismi, delle pubblicazioni a pagamento dal torchio sotto casa e di mettere il suo libro nei pacchi dono natalizi per i quattro amici che ancora lo sopportano. Così se dici che sei poeta la gente normale ti guarda come se fossi uno che si veste da corsaro per andare al lavoro, e in effetti non hanno tutti i torti – perché reciti una parte che non si è rinnovata bene nel copione scritto collettivamente, obsoleta quasi. Allora, dico io, che il poeta si riprenda ciò che è suo, che prenda la gente per mano e dica con forza No, non è così e ve lo dimostro. E che lo faccia al di là del canone che ci è stato impartito fino dal primo giorno di scuola. Non guardiamoci troppo indietro, non guardiamo con amore solo il libro ma anche il banalissimo 'vivere', guardiamo quello che abbiamo attorno e tiriamo fuori un po' di coraggio e affondiamo le nostre mani nella materia del mondo, nella vita, nel sudore, nel sangue... Proviamo a scrivere qualcosa che tracci linee nette come il filo di un fuso. E se la paura è quella di non essere riconosciuti, be', allora non siamo poeti, il poeta scrive per centrare il suo bersaglio, per vedere per primo chiaramente. E poi, lo dico sempre con la stessa passione, ormai dovremmo aver capito che chiunque riesce a capire se si trova davanti un lavoro ben fatto, anche un bambino può dire «questa è poesia» perché la poesia è quella cosa che in tutta la storia è stata capace di animare suggestioni e sentimento tanto nei cuori della gente comune quanto in quella per così dire, di Lettere; l'uomo delle caverne ha capito di stare al mondo quando per la prima volta si è accorto di aver detto una cosa detta bene: il potere della poesia è l'evocazione (il suggerire una riflessione sul senso - Jakobson -), allora chiamiamo a noi gli spiriti, facciamo entrare una ventata d'aria in questa stanza chiusa, scendiamo in strada, chiniamoci e sfioriamo l'asfalto – ora è buio, puzzerà d'olio e sarà ancora caldo ma sarà lì, con noi, a contatto con la nostra epidermide. Ascoltiamo le voci nella metropolitana ed osserviamo i rivoli che le gocce dei condizionatori disegnano sul linoleum giallo-grigio degli autobus, riempiamoci i polmoni dell'aria soffice che soffoca le nostre metropoli. Siamo esseri approssimativi, uomini, qualcuno ci chiama. Allora, se siamo tali, rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo,ed in primis su noi stess, poniamoci delle domande, cerchiamo d'essere più coscienti dell'atto - cerchiamo d'essere più scrittori e meno sciamani. Una volta una persona mi ha detto che il problema dei poeti è riconducibile tutto alla teoria, C'è il poeta che si fa un trattato in testa, e quando scrive sta dietro al canone che si è impartito. C'è il poeta che scrive, quando ha finito cerca se stesso nel suo lavoro. C'è il poeta che se ne frega di tutto ciò e letto Ungaretti scrive trenta raccolte senza tira fuori un verso decente. Bene, secondo me solo il secondo è un poeta, quello che lascia spazio anche al 'terricolo', al fatto che dello sporco si possa riversare nel suo lavoro, questo poeta di cui parlo io è il più rigoroso e coraggioso, quello che, oltre che metter su la pancia non si nutre di solo grasso, si nutre di tutto quel materiale grezzo che la vita ci mette davanti. Andiamo, quante storie vi verranno in mente solo a pensare alle persone che vi stanno vicine, quante cose avranno colpito la vostra sensibilità, quante espressioni poetiche ogni giorno avete sentito proferire da perfetti sconosciuti, magari proprio dal lava-vetri che vi chiede due monete ri-abbassati i tergi-cristalli. Ecco, credo che il punto sia questo, rifuggire la pseudo-letterarietà diffusa, quella pedissequa, 'quella alla carlona', l'imitazione, il plastico, quella del 'voglio entrare a far parte di un qualche parnaso di stronzi' (N.I.E.), quella del sarò storia se seguo le tracce già scavate, no (!) così non dobbiamo fare, quando hai risalito tutta la scala a chiocciola della fatiscente torre d'avorio ti guarderai giù e capirai d'essere solo, o in compagnia di pochi, e allora risparmiati questa fatica... Per qualche minuto al giorno liberiamoci di quello che è stato e prendiamo in mano la penna come se fossimo dei bambini un po' strambi – quello che leggiamo tanto ci ha già impresso qualcosa dentro, è lì, nel cuore (direbbe Molesini), la nostra carne d'altra parte è composta dai mille pasti fatti correndo nella mezz'ora di pausa dal lavoro, e io dubito che voi in una mano vorreste riconoscere un club-sandwich. Francesco Terzago
Sull'Ignoranza Storica
Il gran limite di troppi futuristi contemporanei è nell'esser cattivi, una profonda ignoranza, nell'esser buoni una totale mancanza di prospettiva storica. Mi spiego, per loro, il futurismo si ferma al manifesto del 1909, mettendo una pietra sopra a tutto ciò che viene dopo. Qualcuno, un poco più audace, si ferma al manifesto della ricostruzione futurista dell'Universo. Scelte che tagliano completamente ciò che avviene di seguito, seccando parte delle radici storiche ed impoverendo sia la riflessione, sia la ricerca. Ad esempio dal 1929, Marinetti, pur rinunciando in parte al furore rivoluzionario, comincia a diventare punto di raccolta di tutti gli intellettuali eretici dell'Italia dell'epoca, propagando un'idea di modernità più ampia di quella sostenuta vent'anni prima, capace di andar oltre il materialismo tecnologico, lo scientismo infantile e l'esaltazione della teknè fine a se stessa. Tengo a precisarlo, non nega tali valori, ma li integra in un sistema più ampio, capace di raccogliere anche una dimensione spirituale, diversa da quella religiosa tradizionale, ma vicina alle tensioni che animavano la "Rivoluzione Conservatrice" in Germania. Di fatto un Marinetti più vicino a Junger e Heidegger che al Positivismo. E chi intepretò con più aderenza il suo pensiero nell'arte furon la moglie Benedetta, con le sue esplorazioni letterarie dell'inconscio e Thayaht, l'inventore della tuta, con le sue opere esoteriche. E lo stesso slancio verso l'Assoluto ed il Mistero Cosmico che anima l'aeropittura e le sue evoluzioni, non è che figlio primogenito di tali riflessioni.
Sulla Pittura
Il Pittore si dedica ai colori e alle forme, e poichè ama il colore in quanto colore e la forma in quanto forma li guarda in se stessi e non per sè, e quindi vede trasparire la vita interiore delle cose dalle loro forme e dai loro colori. A poco a poco egli schiude questa vita interiore alla nostra percezione che, in un primo momento, ne rimane sconcertata. Almeno per un attimo egli libera dal pregiudizio le nostre rappresentazioni di forma e colore che si sono frapposte tra la nostra percezione e la realtà. In tal modo egli realizza il più alto volere dell'arte che consiste nella rivelazione della Natura. Bergson Sempre in relazione al dibattito sulla genesi di un avanguardia artistica, pubblico il commento della critica d'arte Germana Ricciotti alla riflessione del filosofo francese Come può la rivelazione sconcertare? Sì, già, quando è cruenta sconcerta, ma quando è dolce e armoniosa culla, quando è passionale e tempestosa travolge, quando è semplicemente attrae. L'artista, a volte incosciente, sente tutto questo dentro di sè, in un'urgenza di creazione che chiede di diventare opera d'arte, immagine di un istante di bellezza. L'artista ha bisogno di vedere e di creare, se non fosse con gli occhi, con la propria mente e le proprie mani. Germana Ricciotti
Contro lo Stutturalismo
Tra le tante idee che girano nel variegato mondo del Futurismo Contemporaneo, una delle più bislacche è quella di rifondarlo basandosi sullo Strutturalismo. Ora, trascurando il fatto che lo Strutturalismo è morto e sepolto e ai suoi tempi vi era tra i suoi esponenti una scarsissima concordia tra i principi e le prospettive della loro dottrina, a cominciare dall'interpretazione del concetto stesso di struttura e della sua euristica, il punto è che i due movimenti culturali sono antitetici. Per il Futurismo, la Realtà è caratterizzata dal Divenire, in cui ogni evento risulta essere connesso al precedente, secondo una relazione di causa ed effetto, mutandone natura. E questo pone una direzione progressiva alla Storia, di cui soggetto motore, obiettivo ideale e metro di giudizio è l'Uomo che con le sue scelte ed azioni dona senso al Mondo. Al contrario, per lo Strutturalismo nega il fatto che l'Universo Umano possa essere rappresentato dalle categorie dell'evento e del mutamento e che sia molto più vicino ad un sistema formale suscettibile solo di nuove combinazioni, in senso matematico, che non ne modificano e tanto meno ne perfezionano le caratteristiche di partenza. Di fatto la Storia non è che Epifania della Struttura. Contemporaneamente, l'Uomo non è più soggetto creatore, ma oggetto di forze e forme di cui non è più padrone nè addirittura cosciente, con lo Spirito Umano completamente asservito a leggi endogeno-formali. L'Individuo appare quindi un epifenomeno di una misteriosa ed inconoscibile realtà che possiede altrova i suoi fondamenti e legalità. Per esser sintetici, il Futurismo è il riproporre il pensiero d'Eraclito, mentre lo Strutturalismo non è che il Platonismo nei suoi aspetti deteriori e sotto mentite spoglie. Questa antitesi è ancora più accentuata nel caso del Futurismo Scientista, di per sè già ricchissimo di aporie devastanti. L'epistemologia dello strutturalismo è di fatto il rifiuto del rapporto tra Scienza ed Esperienza, visto che la prima non deve essere nient'altro che riflessione categoriale, rifiutando l'analisi dei fenomeni concreti; l'antitesi completa alla riflessione sull'Azione del Futurismo. Detto questo, non intendo affermare che lo Strutturalismo sia il male assoluto ed il Futurismo il Bene. O che non sia possibile una sintesi, ma questa deve implicare un forte lavoro di teoria e che genererà un qualcosa di profondamente diverso dai punti di partenza. Ciò condanno è la una fusione inconsapevole, una giustapposizione che oltre a mostrare i limiti culturali e filosofici di chi la insegue, rischia di generare un Frankenstein informe, capace soltanto di appestare con il suo puzzo di cadavere il Futurismo
Il diritto a contestare
L'argomento principe di chi preferisce le minacce alle idee per contestare la possibilità di manifestare il mio dissenso, oltre al fatto di non aver scritto almeno cinque libri, tra l'altro ben poco letti, è stato il "Ora cominci ad attaccare me, poi passerai a Graziano" Premesso che Cecchini, di cui ammiro l'intelligenza ed il coraggio, non essendo soggetto al dogma dell'infallibilità pontificia, nel caso raro compia boiate, possa essere tranquillamente criticato e rinunciare a tale libertà significherebbe spegnere il proprio cervello, ciò implica un'idea rigida e verticale dell'avanguardia, tipica di chi ha vaghissime idee di come vada il Mondo. Ossia come quanto più dall'alto si cerca di imporre un pensiero unico, tanto più dal basso si tenterà di scrollarselo di dosso; come sa bene chi lavora in una qualsiasi burocrazia, la tendenza di ogni sottoposto è quella di aderire formalmente alle proposte del proprio immediato superiore, per poi continuare a decidere in casa propria secondo le proprie insindacabili idee. La finta unanimità che si vuole propugnare in realtà è l'irrigidimento di un cadavere. E' meglio esser vivi litigando. Al Futurismo fan più bene dieci eretici che mille chirichetti
Scapigliatura
Milano celebra la Scapigliatura, con tutte le sue contraddizione. Come il Futurismo, fu la ribellione ai vizi della Cultura Italiana che rimangon invariati nel tempo. Il perbenismo moralista, il rifiuto del tragicità del Vivere, il nascondersi in una torre eburnea, rifiutando la sfida del Mondo, la retorica, il piagnisteo. Ma a differenza del Futurismo, la Scapigliatura, ancora legata ad un mondo vecchio, non presentava un progetto globale per la ricostruzione dell'Uomo, capace di riconcigliarlo con il Divenire e con la Teknè. Un fallimento ? Forse, oppure la presa d'atto di come i tempi non fossore ancora maturi... Ma al di là delle chiacchiere, rimane una pittura spesso sottovalutata, in cui ogni forma diviene luce e colore
Libri
Night Italia, nel suo tentativo di far nascere un laboratorio creativo diffuso, lancia una nuova proposta, i LIBRI D'ARTISTA, per la diffusione virale delle Idee SCHEDA TECNICA 37 esemplari contenenti: a) la "storia" dell'autore in fotocopie (a col o b/n a scelta) max 10-12 facciate nota per concludere: Gli/Le saranno consegnati alla fine 18 libretti completi, cuciti a mano e pronti per essere venduti. Bisogna tener conto che circa 2 cm del bordo sinistro resteranno nascosti all'interno della cucitura. Ovviamente, nella vita c'è chi scrive libri e chi li pubblica... Cosa sia più utile, lo decidono i contenuti ed i lettori
Pollock
Mi allontano sempre più dagli strumenti tradizionali del pittore come cavalletto, tavolozza, pennelli...Preferisco la stecca, la spatola, il coltello e la pittura fluida che faccio sgocciolare, o un impastro grassi di sabbia, di vetro polverizzato e di altri materiali non pittorici. Quando sono nel mio quadro, non sono cosciente di quello che faccio. Solo dopo, in una presa di coscienza, vedo ciò che ho fatto. Non ho paura di modificare, distruggere l'immagine, perchè un quadro ha vita propria. Tento di lasciarla emergere. Solo quando perdo il contatto con il quadro il risultato è caotico. Solo se c'è un'armonia totale, un rapporto naturale di dare e avere, il quadro riesce Pollock
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