Lettera aperta ai poeti, o presunti tali, ovvero 'Sulla condizione attuale'.
[martedì, 07 luglio 2009]

Cari poeti o presunti tali,
vi scrivo queste righe perché mi sento dello spirito giusto per dire qualcosa, spero che non me ne vorrete se andrò a cozzare con il vostro modo di intendere il mondo ma fino ad oggi, nel fantastico regno delle Lettere, si può ancora cercare di parlare in modo spiccio - con sincerità -, anche se questo può voler dire mettersi in cattiva luce o 'nelle grane', sopratutto se si sa bene di andare contro-tendenza, comunque, tralasciando tutto questo, che non è ciò di cui voglio parlare, verrò al punto.

Il problema del poeta è che non si sa bene più che cosa sia, e allora lui corre dietro ai suoi panni senza raggiungerli mai, o meglio, ai panni che crede che dovrebbe vestire per essere qualcosa, qualcuno. Sì, è un modo un po' insolito di cominciare un discorso, direte voi 'fastidioso' perché alla fine butto lì il risaputo, senza troppe lungaggini, ma d'altra parte proprio il lampante in certi momenti va ribadito. La realtà, andando avanti per questa strada, è questa, che alla fine chi scrive poesia viene dal passato, e solo nella tradizione è il suo amore, (per dirla alla Pasolini). Il fatto è che questa sua condizione, per dirla tutta, non va proprio a nozze con i tempi in cui viviamo, con 'il qui e ora'. Con questo stato di cultura veloce-dinamica e, per certi versi, vuota. Vuota perché niente fa a tempo a diventare usanza che è già svanita o se un'usanza davvero c'è, be', non ce ne possiamo accorgere visto che ne siamo partecipi (!). L'usanza, o quella che chiamiamo tale, sembrerà strano, ma viene fuori solo quando è messa all'angolo e a qualcuno questa cosa non va bene, perché è un po' abitudinario e così siamo costretti a tirare fuori dalle soffitte i libri di cucina delle nonne per capire da dove siamo arrivati e 'inventarci un'usanza' che, di per sé non ha più senso di essere – e mentre lo facciamo ci sentiamo anche dentro qualcosa che si ritorce, una vocina che ci dice «che cattivo che sei stato»...

Però qualcuno ha detto che la cultura è qualcosa in movimento, in evoluzione, e che quando non è così si tratta di semplice folklore, allora lasciamo il folklore ad altri, e riappropriamoci del tempo. Basta con i poeti soggetti della museificazione, quel processo per cui un luogo viene mantenuto in un preciso modo perché la sua immagine idealizzata possa essere venduta, come i paesi montani dove tutte le case sono di legno, tutti vestono abiti tradizionali, tutti hanno gerani alle finestre e vacche nel pascolo davanti a casa, prendiamo esempio dall'Europa, con poeti che vendono decine di migliaia di copie delle loro raccolte, che leggono sugli autobus i loro lavori e per le piazze, che sono semplicemente quello che sono, poeti.

Il poeta, quello italiano, quello che conosco bene e di cui parlo, spesso non sa semplicemente dove andare a sbattere il muso, si accontenta di recitare una parte marginale nel teatrino sociale e si dimentica che come prima cosa dovrebbe cercare d'essere un uomo (fuori da ogni macismo, mi riferisco alle parole di Montale)... Ma invece per ora si accontenta dei mediocritismi, delle pubblicazioni a pagamento dal torchio sotto casa e di mettere il suo libro nei pacchi dono natalizi per i quattro amici che ancora lo sopportano. Così se dici che sei poeta la gente normale ti guarda come se fossi uno che si veste da corsaro per andare al lavoro, e in effetti non hanno tutti i torti – perché reciti una parte che non si è rinnovata bene nel copione scritto collettivamente, obsoleta quasi. Allora, dico io, che il poeta si riprenda ciò che è suo, che prenda la gente per mano e dica con forza No, non è così e ve lo dimostro.

E che lo faccia al di là del canone che ci è stato impartito fino dal primo giorno di scuola. Non guardiamoci troppo indietro, non guardiamo con amore solo il libro ma anche il banalissimo 'vivere', guardiamo quello che abbiamo attorno e tiriamo fuori un po' di coraggio e affondiamo le nostre mani nella materia del mondo, nella vita, nel sudore, nel sangue... Proviamo a scrivere qualcosa che tracci linee nette come il filo di un fuso.

E se la paura è quella di non essere riconosciuti, be', allora non siamo poeti, il poeta scrive per centrare il suo bersaglio, per vedere per primo chiaramente. E poi, lo dico sempre con la stessa passione, ormai dovremmo aver capito che chiunque riesce a capire se si trova davanti un lavoro ben fatto, anche un bambino può dire «questa è poesia» perché la poesia è quella cosa che in tutta la storia è stata capace di animare suggestioni e sentimento tanto nei cuori della gente comune quanto in quella per così dire, di Lettere; l'uomo delle caverne ha capito di stare al mondo quando per la prima volta si è accorto di aver detto una cosa detta bene: il potere della poesia è l'evocazione (il suggerire una riflessione sul senso - Jakobson -), allora chiamiamo a noi gli spiriti, facciamo entrare una ventata d'aria in questa stanza chiusa, scendiamo in strada, chiniamoci e sfioriamo l'asfalto – ora è buio, puzzerà d'olio e sarà ancora caldo ma sarà lì, con noi, a contatto con la nostra epidermide. Ascoltiamo le voci nella metropolitana ed osserviamo i rivoli che le gocce dei condizionatori disegnano sul linoleum giallo-grigio degli autobus, riempiamoci i polmoni dell'aria soffice che soffoca le nostre metropoli.

Siamo esseri approssimativi, uomini, qualcuno ci chiama. Allora, se siamo tali, rimbocchiamoci le maniche e lavoriamo,ed in primis su noi stess, poniamoci delle domande, cerchiamo d'essere più coscienti dell'atto - cerchiamo d'essere più scrittori e meno sciamani. Una volta una persona mi ha detto che il problema dei poeti è riconducibile tutto alla teoria,

C'è il poeta che si fa un trattato in testa, e quando scrive sta dietro al canone che si è impartito.

C'è il poeta che scrive, quando ha finito cerca se stesso nel suo lavoro.

C'è il poeta che se ne frega di tutto ciò e letto Ungaretti scrive trenta raccolte senza tira fuori un verso decente.

Bene, secondo me solo il secondo è un poeta, quello che lascia spazio anche al 'terricolo', al fatto che dello sporco si possa riversare nel suo lavoro, questo poeta di cui parlo io è il più rigoroso e coraggioso, quello che, oltre che metter su la pancia non si nutre di solo grasso, si nutre di tutto quel materiale grezzo che la vita ci mette davanti.

Andiamo, quante storie vi verranno in mente solo a pensare alle persone che vi stanno vicine, quante cose avranno colpito la vostra sensibilità, quante espressioni poetiche ogni giorno avete sentito proferire da perfetti sconosciuti, magari proprio dal lava-vetri che vi chiede due monete ri-abbassati i tergi-cristalli. Ecco, credo che il punto sia questo, rifuggire la pseudo-letterarietà diffusa, quella pedissequa, 'quella alla carlona', l'imitazione, il plastico, quella del 'voglio entrare a far parte di un qualche parnaso di stronzi' (N.I.E.), quella del sarò storia se seguo le tracce già scavate, no (!) così non dobbiamo fare, quando hai risalito tutta la scala a chiocciola della fatiscente torre d'avorio ti guarderai giù e capirai d'essere solo, o in compagnia di pochi, e allora risparmiati questa fatica... Per qualche minuto al giorno liberiamoci di quello che è stato e prendiamo in mano la penna come se fossimo dei bambini un po' strambi – quello che leggiamo tanto ci ha già impresso qualcosa dentro, è lì, nel cuore (direbbe Molesini), la nostra carne d'altra parte è composta dai mille pasti fatti correndo nella mezz'ora di pausa dal lavoro, e io dubito che voi in una mano vorreste riconoscere un club-sandwich.

Francesco Terzago

Postato da alessiobrugnoli alle 11:38 [neofuturismo] commenti || permalink



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