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RedattoriBannerLinkLink Link Link Link | Manifesto Trattista
Nel “Tratto” noi esprimiamo il gesto più semplice, alla portata di tutti, primitivo, perciò antintellettuale. La rozzezza e l’espressività esasperata indicano su quali punti si arrocca il nostro dialogo col mondo insonnolito dell’arte e con la società. Aborriamo qualsiasi forma di gerarchia ed è perciò difficile pensare a degli adepti seri e coscienziosi, ricercatori coerenti e raffinati. Tale è il nostro linguaggio: arcaico, così, in modo semplice, crediamo di esaltare i colori. Nelle opere non ha alcun significato la competizione, la loro struttura compositiva si rivela estremamente popolare ed esaltante. Il “Tratto” è il nostro rifiuto ad affiancarci al mondo della cultura ufficiale. È l’antidoto alla ubriacatura del pubblico comune, che è vittima della sottocultura alimentata dalla mancanza di informazione e dall’ostruzionismo culturale perpetrato dai burocrati dell’arte per accumulare potere, o soprattutto per la loro incapacità di riallacciare le teorie dell’arte al mondo del lavoro e alla vita sociale, facendo degli artisti, che a loro si assoggettano, degli antisociali nella vita, e del pubblico una massa di emarginati nell’arte. Questa è l’evoluzione dialettica che domina tutta la storiografia dell’arte, che ricorda lo sviluppo degli eventi umani, dove le nuove teorie vengono approvate e legalizzate solo quando, svuotate del loro contenuto innovativo, restano soltanto forma, o entrano nel costume non più come novità, messaggio, spinta, ma come bisogno elementare insopprimibile. Con il “Tratto” semplice, immediato, “privo di cultura”, vogliamo cancellare “l’arte colta e sofisticata, il professionista geniale, il Maestro”, e con lui cancellare quell’aura magica e irreale di cui è circondato. Vogliamo che il Trattismo divenga l’arte di chi non ha mai compreso l’arte, divenga l’arte degli emarginati, dei vagabondi, degli alienati, e di tutti quelli ai quali è stato insegnato che non potevano dipingere perché non sapevano disegnare, perché non erano abbastanza acculturati da poter fare quello che un’élite scaltra professa ormai da un secolo. Divenga l’arte di tutti questi. Vogliamo che chi ha rapinato il gusto lo restituisca alla gente, e soprattutto a quella porzione d’umanità emarginata, più fantasiosa e feconda, che ha dato in passato uomini della mole di Caravaggio, Vermeer, Van Gogh, Gauguin, Modigliani, Pollock, che i critici loro contemporanei hanno ritenuto opportuno ignorare. Vogliamo che l’arte, lo spettacolo, la satira, la commedia, il costume, coincidano in un unico lacerante grido di rivolta, nel quale la miseria affondi le proprie radici e trovi la propria espressività in un rituale primitivo e inconscio, che sconfina nella magia. Nasce così l’amore per ciò che è primitivo, pagano, nomade. Nasce così la nostra solidarietà per i gruppi umani, per le società primitive, di cui la moderna tecnologia ha sancito la degradazione e l’estinzione. Prima di noi sono stati Trattisti: gli Indiani d’America, i popoli Africani, gli aborigeni Australiani, i popoli della Protostoria Andina. Marco Fioramanti
Profezie
L'arte è pace e profezia. Dopo la morte c'è rinascita Mimmo Rotella Non vi mai incarnazione più esatta di tale aforisma dell'installazione che fece Marco Fioramanti nel 1983. Quell'anno si trasferì a Berlino, realizzando una delle più famose opere trattiste. Un Maggiolino, collocato davanti al Muro, entrambi trattati pittoricamente nello stesso modo, quasi un ariete pronto non a distruggere, ma a trasfigurare la materia in danza di colori Gridando che l'Arte è Pace, perchè sublima e nobilita gli istinti profondi dell'animo umano, esorcizzandoli nella Forma Che l'Arte è Profezia, perchè più di qualsiasi analisi razionali, identifica le correnti profonde della Storia ed incidendo a fondo nei pensieri e nei sentimenti dell'Uomo, diviene artefice delle Idee e dei loro mutamenti
Polemiche
Come ogni mostra di rottura, per la Danza di De Broglie non sono mancate polemiche. La maggior parte han riguardato le opere di Prizzon. Nel dialogo sulla mostra che ebbi, l'intervistatrice espresse il suo poco apprezzamento per la sua ricerca fotografica. Critiche che fecero riflettere Prizzon su alcuni aspetti della sua arte e lo portarono a rispondere in maniera elegante e pacata. Riporto di seguito le sue parole Scrivevo nel mio stato di ieri notte: "Qualcuno sembra aver detto di me che congelo tutto in silenzio di morte. Mi pare sia Roger Rabbit: Possibile?" Purtroppo, il dialogo pacato non avvenne... Ma questa è narrato nella prossima puntata...
Intervista su Danza di De Broglie
L'intervista che concessi durante la mostra Danza di De Broglie ad una giornalista milanese, con cui come si potrà capire, in passato fui legato Perchè ?
Confronti
Dinanzi ad una crisi, si può reagire in due modi: o con il piagnisteo, oppure cercando nuove idee e soluzioni. Milano purtroppo non riesce a perseguire la seconda strada, persa in deserto di pensiero ed azione. Penso alla sua difficoltà a ridefinirsi come spazio urbano. L'utilizzo passatista delle Archistar non è una soluzione, ma un sintomo del male. Perchè queste, omologando, indifferenti al contesto, rappresentano la misura dell'insicurezza: rendersi come gli altri, invece che affermare la propria identità. Confondersi nella massa, invece che cercare una specifica via verso il futuro. O la questione Expo, con l'incapacità meneghina di proporre simboli forti ed immaginifici. E che meschina figura si fa con le capanne di frasche ed ecocompatibili nei confronti di una Roma che ha l'ambizione di realizzare l'arco di Libera. O in piccolo quanto sta accadendo per le celebrazioni della caduta del Muro di Berlino. O la replica dell'installazione che fece Marco Fioramanti dinanzi al Muro Invece Milano continua ad affogare nel suo torpore
Faletti
Faccio outing: i Brugnoli son lettori accaniti ed entusiasti di Faletti che il sottoscritto incontra spesso a Milano, nelle vicinanza della galleria d'arte con cui collaboro. Soltanto la discrezione e la timidezza, impediscono di testimoniargli tutta la stima della mia famiglia (anche perchè dovrei portarmi dietro qualche decina di chili di libri da autografare...) Però, per i recenti casini famigliari, nessuno di noi è riuscito a leggere l'ultimo suo romanzo. Di conseguenza, tutti i discorsi che sto facendo son per sentito dire. Ora, da quello che leggo sui giornali e sulle recensioni, Faletti pare abbia esagerato con i calchi dall'inglese. Io ho sempre considerato la lingua come un organismo vivo ed in divenire, in cui è necessario evitare sia la sua fossilizzazione sui modelli del Passato, sia uno sperimentalismo che non abbia esiti estetici e che intacchi il compito fondamentale della Parola, il Comunicare. Faletti ha accettato la sfida di cambiare l'Italiano come fece, con altri scopi ed esiti, Gadda nel Pasticciaccio. Ora, è necessario valutarne gli esiti: se alcuni, dalle frasi riportate, sono ridicoli, altri son di suggestione assoluta.
Io e Noi
Ebbi la sfortuna di leggere i precedenti libri di Veltroni, per compiacere la donna che amavo. Li ho trovati di una bruttezza sconcertante, e questo indipendentemente dalle idee politiche: nonostante consideri Franceschini un segretario del PD di gran lunga peggiore, come scrittore lo trovo di parecchie spanne superiore al mio ex sindaco. Di conseguenza, non sono per nulla intenzionato a leggere il suo ultimo ehm, capolavoro, anche se ovviamente, potrebbe sorprendermi positivamente. Tuttavia, una cosa mi ha colpito, leggendo articoli e recensioni varie. La frase, tratta dal libro "L'Io è più comodo, il Noi fa paura" E' proprio al di là del mio orizzonte culturale, aristotelico, più che platonico per correggere lo scomunicatore futurista ed invitarlo a ripassare un poco di filosofia, individuare un'opposizione netta tra Io e Noi. L'Uomo è un animale sociale: non può definirsi, senza confronto e contrapposizione con l'Altro. L'Io non può esistere senza il Noi. D'Altra parte, il Noi non è l'epifenomeno di una massa indistinta, ma nasce dalla dialettica dei diversi Io. Un continuo ciclo di retroazione da cui nasce sintesi dinamica
Intellettuali decrepiti
Qualche polemica ha innescato la mia affermazione che le tesi di Michela Marzano sono vecchie e stravecchie: ora non dico che la filosofa abbia fatto un plagio, ma affermo che le stesse idee, con finalità opposte, erano già stata sviluppate da più di una ventina d'anni e si possono trovare in qualsiasi manuale divulgativo di management. Ma allora perchè in Italia ed in Francia sono state accolte come se fossero la nuova frontiera del pensiero occidentale ? Perchè, in entrambi i paesi esiste una classe di intellettuali che vivono totalmente isolati dal Mondo e dalla Vita. Prigionieri di una cultura autoreferente, vivono il loro sapere in maniera settoriale, incapaci di guardare oltre il loro orticello. E quando qualcuno rigurgita il già detto e scritto in termini a loro comprensibili, scambian la divulgazione per profonda riflessione. Rompere questo schematismo, recuperando un approccio globale al Sapere che non è al di là dell'Esistere, ma nell'Esistere. Questa è la sfida che il Neofuturismo lancia all'Intellettuale decrepito
Michela Marzano
Con interesse leggo le tesi di Michela Marzano, ultima epigona del marxismo in salsa francofortese. La sua idea, per niente originale, visto che è da venti anni che gira tra USA e Giappone è che a metà anni Settanta il Capitalismo abbia cambiato pelle. Non adotta più il modello taylorista, estrema proiezione del modello barocco di interpretazione del Reale, ma il cosiddetto toyotismo (altri autori han parlato di modello frattale o post-capitalista). Nel taylorismo, il mondo della Produzione e quello della Vita eran paralleli e contrapposti. Il lavoratore era un docile ingranaggio nella grande macchina della fabbrica, poi terminate le sue otto ore, faceva del suo tempo e dei suoi principi ciò che voleva. Con il toyotismo ed il suo management participativo, il lavoratore non è più oggetto, ma soggetto dell'Impresa, condividendone obiettivi, mission e vision e dedicando a questi tempo e valori Per la Marzano questo è il peggior inganno del Capitalismo, l'ultima fase dell'alienazione, visto che pone definitivamente il lavoro e la produzione come centro fondante dell'Io. Per il New Management americano che ribadisco, ha fatto la stessa analisi meglio con vent'anni di anticipo, è un bene perchè rompe il circolo vizioso dell'alienazione. Io, mi limito a constatare il fenomeno. Da empirista, odio le generalizzazioni, platoniche, marxiste, strutturaliste o come diavolo si vogliano definire. Esiste l'Individuo con la sua storia ed il suo rapporto, unico ed irriducibile con il Mondo: per alcuni, il toyotismo può esser fonte di soddisfazione e di realizzazione, per altri di alienazioni. Altri ancora, probabilmente, troveranno infiniti modi per ridefinire il proprio equilibrio
Tafani
Paolo Cirino Pomicino, in un suo editoriale, ha definito gli intellettuali come apripista di disastri politici. Benchè alcuni dei suoi esempi possano essere assai calzanti, rimane il fatto che la sua analisi di quella strana ed ambigua specie chiamata intellettuale è forse troppo semplicistica. Di fatto nell'intera storia culturale italiana han dominato due perniciose sottospecie: 1) Il fuggitivo che si nasconde dal Mondo, chiuso nella sua torre d'avorio, impegnato a scrivere libri astrusi e a discutere di sesso degli angeli 2) L'organico che vende la sua parola ai gruppi di potere, diventando il pifferaio dei loro interessi Minoritario è stato l'intellettuale combattente ed eretico. il tafano di Socrate, pronto a lottare per una sua idea del mondo, contro l'indifferanza ed il passatismo di coloro che lo circondano. Il Neofuturismo è dar voce proprio a questa minoranza; in Italia non c'è bisogno di silenzio, ma di guerra culturale
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