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RedattoriBannerLinkLink Link Link Link | Estetica
I gusti non si discutono, ma peggior frescaccia di questa non fu mai scritta. Ne è graniticamente convinto, e lo dice, e lo illustra, il filosofo conservatore inglese Roger Scruton, uno dei massimi pensatori contemporanei, nel suo Beauty (Oxford University Press, pagg. 220, sterline 10,99). Titolo asciutto, volutamente minimalista, intenzionalmente laconico perché è inutile fare giri di parole ridondanti quando - come diceva l’esploratrice e scrittrice britannica Freya Stark (1893-1993) -, l’unica cosa da fare in questa vita è chiamare le cose con il loro nome «Il degrado dell’arte non è mai stato più evidente» che oggi, scrive Scruton. Ma «la bellezza \ è un valore reale e universale, radicato nella nostra natura umana». Insomma attingibile, conoscibile e quindi comunicabile, insegnabile, persino plasmabile. Il filosofo inglese lo scrive all’inizio del suo libro e lo ripete fino alla fine. Cita persino l’idea del pulchrum oggettivo, antica quanto Platone e le Enneadi di Plotino, ne espone la «versione cristiana» elaborata da san Tommaso d’Aquino, che della bellezza fa un concetto trascendentale, tutt’uno, e «convertibile», con la giustizia, la bontà, la verità della perfezione dell’essere divino. Per forza Scruton ha spaccato, ancora una volta, la bolgia dei commentatori, degli opinionisti e dei critici in due metà contrapposte, chi volentieri lo lapiderebbe sulla pubblica piazza e chi invece lo osanna per il suo ritorno a concetti chiari e distinti ancorché démodé. Un vero reazionario, insomma, ma Scruton non se ne vergogna affatto. Anzi. Sono anni che attacca frontalmente il culto del brutto tipico di chi progetta le città in cui siamo per forza di cose costretti tutti a vivere, il cupio dissolvi palpabile nella stragrande maggioranza degli «artisti» contemporanei, la vanagloria nichilista delle cosiddette «archistar». Il bello (appunto) è però che Scruton lo fa con il candore della colomba, oltre che con l’astuzia del serpente a cui lo hanno temprato decenni di protagonismo sul proscenio della vita culturale, accademica e anche politica. Il suo Beauty è un piccolo capolavoro. È un libro di filosofia scritto da un filosofo professionista, anzi vero, ma si lascia leggere da tutti, pure da chi di filosofia quotidianamente ne mastica poca. È un libro assertivo e al contempo dolce. Non si vergogna delle proprie convinzioni, e questo soprattutto perché le spiega, le argomenta, le giustifica. Spavaldo lo è per certo, e in questo Scruton potrebbe ricordare l’affascinante altezzosità di un Evelyn Waugh, ma è pure gentile, non lontano da un Alfred Lord Tennyson. La sua è la virtù dei forti, la calma. Ci vuole ben poco, scrive infatti il filosofo inglese, per riconoscere quanto orrende siano le produzioni «artistiche» che ci circondano, le costruzioni che sul capo c’incombono, le composizioni musicali che ci aggrediscono. Però Beauty, per tranchant che sia, resta un libro di ricerca, come (da anni) in costante sviluppo è l’intero pensiero scrutoniano. Il libro pone soprattutto, e bene, delle domande, abbozzando più che altro impostazioni critiche, non perfette risposte conclusive. Intriso di riferimenti e di ripensamenti sulle teorie estetiche elaborate da Edmund Burke, Immanuel Kant e Thomas Stearns Eliot, Quella che ci circonda Scruton la chiama «rivoluzione modernista», e cordialmente la detesta. Fu annunciata da una involuzione premodernista dell’arte che ha mutato l’estetica in estetismo e reso effimera la percezione umana del bello. Il risultato è devastante: «L’arte si ribella alle antiche convenzioni, giusto in tempo per essere colonizzata dal kitsch». Nasce tutto da un vizio mentale e culturale, «l’incessante ricerca dell’innovazione artistica» che «porta al culto del nichilismo». Così, «il tentativo di difendere la bellezza dal kitsch premodernistico, l’ha esposta alla dissacrazione postmoderna», imponendo al mondo «due forme di sacrilegio» contrapposte ma in realtà solidali, «sogni zuccherosi» da un lato e «fantasie selvagge» dall’altro. Ma «sono entrambe forme di falsità, modi per ridurre e rattrappire la nostra umanità», dal momento che «implicano il rifiuto delle forme più elevate di vita», il cui segno principale è appunto, da sempre, proprio la bellezza. Al contrario, scrive Scruton, «la vera arte invoca la nostra natura più nobile», è il «tentativo di affermare l’esistenza di quell’altro regno in cui a prevalere sono l’ordine morale e l’ordine spirituale». Infatti, «l’arte, così come noi la conosciamo, sta sulla soglia del trascendente». Nessun uomo che abbia un’idea di bellezza, scrive il filosofo, «è privo di un concetto di redenzione, ovvero di un trascendere ultimo del disordine del mondo mortale in un “regno dei fini”». Alla gogna il «mi piace» e il «secondo me», dunque. L’idea forte, fortissima è qui quella del fondamento razionale del giudizio estetico, ineliminabile dalla natura umana. Scruton taglia trasversalmente l’annosa questione delle qualità delle cose, la dicotomia centrale alla riflessione estetica moderna che divide i filosofi tra quanti affermano che le qualità risiedono nell’oggetto e quanti le considerano solo percezioni del soggetto. Per il filosofo inglese, invece, la bellezza (della natura, dell’opera d’arte, del corpo umano, persino della sua intima struttura cellulare) è l’occasione, il segno e il momento dell’incontro tra un soggetto e un oggetto. Un fatto impattante, traumatico che però la ragione umana è in grado di sopportare benissimo. Anzi, la ragione è fatta proprio per coglierla, la bellezza, così come il bello è fatto per essere scoperto, ammirato. La ragione è insomma perfettamente adeguata alla bellezza data, che è data apposta alla ragione umana. Corrispondenza amorevole di sensi. Sul punto Scruton non ha ancora finito di meditare. Ora che però ha circoscritto il campo, continuerà, alla fine di Beauty quasi lo promette. Ma il più è davvero fatto. Si ringrazia per l'immagine Daniela Montanari
Geopolitica
Le gerarchie regionali e globali dell’assetto mondiale cambiano sempre quando gli Stati guadagnano o perdono potere relativo e influenza, sebbene si tratti di cambiamenti in genere molto lenti: i nuovi arrivati, tutti parimenti vigorosi, mancano di prestigio accumulato, mentre, d’altro canto, le grandi «potenze storiche» possono resistere sfruttando la propria reputazione per decenni o generazioni. Per l’Unione Europea la crisi economica globale poteva essere una grande opportunità di rapida institution building (...). Era il momento di imporre una forte presidenza esecutiva, il voto di maggioranza e, dove necessario, sottoporre a referendum. Un’impresa che avrebbe potuto realizzarsi grazie a un’azione congiunta dei governi francese, tedesco e britannico e con il deciso sostegno della Banca Centrale Europea. I loro leader, invece, hanno fatto a gara a chi carpiva più attenzione, e sul piano burocratico c’è stata più rivalità che cooperazione, mentre la Bce evidentemente preferisce governare da sola, senza un ministro delle Finanze europeo che possa avere delle idee proprie. Il risultato è stato che la crisi è andata completamente sprecata con la farsesca presidenza ceca sostenuta dal presidente Klaus, che si oppone all’Unione Europea per principio, e un primo ministro non ancora pronto alla visibilità europea, il cui governo ha avuto vita breve. Anche per questo motivo, la crisi economica globale ha indebolito l’importanza relativa degli europei, collettivamente e individualmente. In teoria, il declino di potenze più consolidate dovrebbe comportare necessariamente la relativa ascesa di potenze emergenti, cioè del Brasile, dell’India, della Turchia, ecc., come pure della Cina. In pratica, però, la Cina è stata di gran lunga il maggiore beneficiario e con un abbondantissimo margine (prova ne è che si parla già di «G2»), non perché la sua economia è più grande, le sue riserve di dollari più ampie, la sua forza militare più rilevante, ecc. ma piuttosto perché il governo cinese ha risposto alla crisi assumendo subito maggiori responsabilità nei confronti dell’economia mondiale. L’ha fatto, in primo luogo, analizzando la crisi nella sua totalità insieme con gli Stati Uniti, trattenendosi dall’adottare miopi misure unilaterali che avrebbero potuto peggiorare le cose (ad esempio, vendere strumenti in dollari), e agendo prontamente con l’unico strumento rilevante: la spesa pubblica accelerata. La brusca diminuzione della domanda di elettrodomestici Usa, generata dall’indispensabile incremento dei risparmi, ha aperto un’improvvisa lacuna nella domanda globale che ha finito per condurre l’economia mondiale in una spirale verso il basso di vendite in calo, cali di produzione, cali occupazionali... e nuovi cali delle vendite; solo il forte aumento di un altro tipo di domanda potrebbe arrestare il declino, e accanto ai meno marcati aumenti di spesa di Giappone e Corea, è stata la Cina che ha fatto il più. La sua nuova o ampliata spesa in opere pubbliche va senz’altro a beneficio della Cina, ma aumenta anche inevitabilmente la domanda globale. Di contro, i governi di Brasile e India, nonostante la loro competente gestione economica, hanno risposto alla crisi globale concentrandosi interamente sulle proprie economie nazionali, senza neppure tentare di contribuire a soluzioni globali. Non riconoscono ancora di avere l’obbligo di farlo. Anche se a causare la crisi economica globale è stato il fallimento della politica commerciale negli Stati Uniti, delle sue istituzioni finanziarie e della supervisione del governo americano, non possiamo ancora sapere se gli Stati Uniti ne usciranno con un potere relativo diminuito e, se così, quale sarà la portata di tale ridimensionamento. Solo la perdita di prestigio «sistemico» è evidente e fuor di dubbio: non si è trattato di un singolo leader, o di un’amministrazione o anche di due - un intero regime di gestione economica (potremmo chiamarlo «Greenspan consensus») è fallito. Il prestigio conta perché evoca rispetto, servizi gratuiti, ma a differenza delle sostanziali fonti di potere (il potere economico, la forza militare, l’attrazione culturale...) può essere riconquistato con la stessa facilità con cui è stato perso. Quanto alla forza militare americana, qualunque possa essere il suo attuale peso nella politica mondiale, essa non è influenzata dalla crisi economica sul breve termine (se non positivamente, dal momento che il reclutamento ha registrato una crescita). Sul lungo termine, ceteris paribus, la forza militare americana dovrà di certo diminuire col declino dell’economia degli Stati Uniti - ma è proprio questo punto che rappresenta una questione aperta a causa del peculiare fenomeno americano: sul piano storico, l’economia degli Stati Uniti si è sviluppata in modo caotico, attraverso fasi ricorrenti di instabilità che avrebbero danneggiato economie meno flessibili. Storicamente gli Stati Uniti hanno sempre combinato stabilità politica e instabilità economica - in realtà, proprio perché la stabilità politica è ritenuta comunque cosa certa, i governi americani non si sono mai sentiti obbligati a preservare la stabilità sociale assicurando una stabilità economica. Ciò ha consentito una crescita più rapida, dal momento che le misure che aumentano la stabilità inevitabilmente, in un modo o nell’altro, ostacolano la crescita: la disciplina fiscale e monetaria nelle politiche macroeconomiche, le leggi sulla tutela dei lavoratori, la proprietà pubblica, le politiche industriali, ecc. Imprese e forza lavoro prive di tutela sono più produttive, a parità di tutte le altre circostanze, perché una «distruzione creativa» non ostacolata automaticamente ridistribuisce le risorse di lavoro, di terreno e di capitale al più efficiente - e, in un’ottica storica, l’economia degli Stati Uniti è cresciuta più rapidamente delle altre grandi economie avanzate dell’Europa e del Giappone perché le sue aziende erano meno tutelate, sia all’interno che all’esterno. (Gli interventi dell’attuale governo per impedire la bancarotta delle maggiori imprese sono ritenuti temporanei, eccezioni di emergenza che verranno presto revocate; se questo non avverrà, allora gli Stati Uniti saranno «europeizzati» e la loro economia cesserà di essere diversa). La distruzione creativa è particolarmente vantaggiosa quando le aziende indebolite o distrutte sono di grandi dimensioni e monopolistiche. Il crollo di Bell Telephone & Telegraph ha dato vita a un gran numero di società e a una rivoluzione nelle telecomunicazioni; la rovina di IBM ha fatto nascere l’industria del personal computer con tutto quello che ci ruota attorno, incluso internet. In entrambi i casi, si trattava di potenti monopoli ritenuti molto avanzati - i laboratori Bell erano famosi in tutto il mondo, i «mainframe» dell’IBM erano l’emblema stesso del progresso tecnologico. In realtà, essi realizzavano innovazioni minori, bloccando invece innovazioni molto più grandi - il tipo di innovazione che crea industrie totalmente nuove. Sebbene GM, Ford e Chrysler non fossero dei monopoli o anche solo oligopoli perché avevano una forte concorrenza straniera, non sono state certamente innovative. Le loro grandi quote di mercato scoraggiavano l’innovazione - ovviamente, loro miravano a proteggere il proprio prodotto consolidato, creato per un mercato consolidato. Solo di recente distruzione creativa e innovazione reale hanno avuto inizio a Detroit e in molti altri luoghi dove le auto venivano progettate, sviluppate e assemblate: nuove aziende con nuove idee e nuovi prodotti possono affittare spazi di stabilimento automobilistico a basso prezzo, acquistare macchinari per la produzione e attrezzature a valore di rottame, e trovare quantità di operai disoccupati ansiosi di lavorare per 25 dollari all’ora invece dei 45 o 60 che pagava la GM. Stanno nascendo piccole industrie manifatturiere che non hanno posizioni di mercato consolidate da proteggere, e che perciò possono e devono innovare (ci sono già i primi progetti di automobili elettriche modulari personalizzate). Si è verificata indubbiamente una grande distruzione nell’economia degli Stati Uniti. Molti dei giganti finanziari e industriali hanno subito un declino drastico (Ford), o sono scomparsi del tutto (Lehman Bros.), oppure sopravvivono precariamente grazie a ingenti prestiti governativi (AIG, GM). Nel passato l’economia americana ha sempre tratto vantaggio dall’indebolimento o dalla bancarotta dei suoi giganti. Se ciò accadesse di nuovo, la distruzione senza precedenti del biennio 2008-2009 dovrebbe tradursi in una crescita senza precedenti negli anni a venire. Se sarà così, l’economia degli Stati Uniti non diminuirà rispetto al resto del mondo. Potrebbe solo perdere capacità relativa rispetto all’economia cinese, supponendo che tutto vada bene per entrambe le economie, con una rapida crescita negli Stati uniti che agevoli una crescita più rapida in Cina. Di contro, una prolungata stagnazione americana svilirebbe la domanda generale (e non solo americana) dell’export cinese, riducendo di conseguenza il tasso di crescita della Cina, dal momento che la domanda interna non può aumentare proporzionalmente, a causa di vincoli istituzionali, macroeconomici o strutturali, inclusa la dipendenza dalle importazioni. Luttwak
Democrazia
Inaspettamente, un post su Di Pietro ha scatenato un interessante dibattito su diversi temi. Sul confronto secolare tra chi si richiama all'Auctoritas, in questo caso la Arendt, e chi all'esperienza concreta (ma tale concetto è estendibile alla Storia, dato che l'interpretazione del fatto non può far a meno di basarsi sull'ideologia implicita o esplicita dell'individuo) Su come l'ambiente, in questo caso la Repubblica di Weimar, una repubblica "casuale" che secondo un commento "non ha saputo nè sviluppare la sua identità, nè gli anticorpi per la sua difesa." possa sviluppare convergenze di pensiero anche da chi ha idee politiche sociali totalmente differenti Sul fatto che l'Arendt, più che filosofa, le sue tesi non sono innovative, ma riprendono tesi già sviluppati da pensatori precedenti, possa considerarsi testimone della crisi. E soprattutto constatare il fascino della "democrazia debole" che contrappone Rappresentanza e Partecipazione, a cui senza citare la Arendt cade Kelsen In verità, in democrazia Rappresentanza è Partecipazione, almeno secondo la teoria di Popper per cui non è il popolo che governa ma sono i governanti. Semplificando al massimo, nella democrazia il popolo può decidere di sbarazzarsi dei governanti pacificamente, nel secondo, invece non vi è alcuna possibilità in questo senso. E questo presuppone la delega di parte del potere decisionale dal popolo a coloro che ritiene rappresentanti provvisori. Creando un'artificiosa contrapposizione tra Rappresentanza e Partecipazione, di fatto si mina la legittimità di tale delega e avvalorando la tesi che questa possa essere sostituita dal rapporto diretto tra Potere e Popolo. La strada seguita da ogni dittatore, da Napoleone in poi.
L'Arte della Guerra
The Fog of War: Eleven Lesson of Robert McNamara è un documentario in cui il ministro della difesa americano che perse il 'Nam riflette su quell'esperienza e sui suoi errori e proponendo i relativi palliativi. Le cosiddette undici lezioni che provo a commentare 1 Prova empatia verso il tuo nemico Cosa si intende per empatia ? Spesso questa, come sta facendo Obama, viene scambiata per la simpatia, dimenticano una piccola lezione di Schmitt: il fatto che tu smetti di odiare il tuo nemico non implica che questo farà altrettanto Empatia significa diventare specchio del proprio avversario: comprendere i suoi ragionamenti ed i suoi istinti irrazionali, per anticipare le sue mosse e colpirlo dove gli fa più male 2 La razionalità non ci salverà L'illusione dell'Occidente, figlia dell'Illuminismo, è che l'Uomo sia un animale razionale. Purtroppo non è così. La ragione è spesso una costruzione a posteriori per giustificare i nostri comportamenti istintivi e caotici Nella guerra, è necessario partire dall'assioma che noi ed il nostro avversario siamo mediamente stupidi, incapaci di pianificare a lungo periodo e di individuare quella che è la soluzione ottima per ottenere i nostri obiettivi. E' necessario partire dalla consapevolezza della nostra fallibilità, per raggiungere il massimo della flessibilità tattica. Dall'umiltà, per non esser sorpresi dal nostro Nemico, dando per scontati i suoi comportamenti 4 Massimizzare l'efficienza Qui McNamara entra in palese contraddizione. Lo scopo della guerra, riducendolo all'osso, è porre il nemico in condizione di non nuocere. Per far questo, è necessario colpirlo con la forza necessaria a raggiungere tale obiettivo. Forza che non deve essere proporzionale a quella dell'avversario, generando un ciclo di azione e reazione che oltre logorare entrambi i contendenti, li rende prevedibili 6 Ottieni tutti i dati L'ignoranza è il primo nemico della Vittoria 7 Le convinzioni e le rappresentazioni sono spesso sbagliate La revisione è la chiave dell'imprevebilità, per non farsi imprigionare in schemi definiti e prevedibili. 9 Per ottenere il bene, si può essere costretti a fare il male Di fatto, l'Idealismo, distorcendo la percezione del Reale e la decisione strategica è il secondo nemico della Vittoria
Parola e Scrittura
Simplicio: Maestro, mio padre è rimasto sorpreso nel trovarla nell'Agorà a parlare con capannelli di sfaccendati. Li illuminava sul senso del Bene e della Virtù ? Protagora: No, giovane Simplicio, semplicemente mi impicciavo delle vicende di Pericle e Aspasia e della polemiche che vi sta creando sopra il demagogo Stercodario Simplicio: Non immaginavo fosse così interessato a tale vicenda Protagora: Benchè Aristofane ci accusi di parlar alle Nuvole, noi filosofi viviamo nel Mondo e per il Mondo e non possiamo far a meno di guardare ciò che ci circonda. A volte sorridendo, a volte arrabbiandoci, ma sempre interrogandoci sulla Natura delle cose Simplicio: Ma che insegnamento trarre da queste vicende alquando sordide ? Che Afrodite domina ogni cosa ? Protagora: Perchè gli uomini vivono in società, invece che imitare l'esempio di Timone il Misantropo ? Simplicio: Per affrontare assieme i colpi del Fato e della Natura matrigna che altrimenti da soli li schianterebbero come il fulmine di Zeus le quercie Protagora: Sei troppo ottimista sull'Uomo. La società impone le regole e la misura che ci impedisce di scannarci a vicenda, formalizzando e ritualizzando i nostri istinti ed i nostri timori Se non esistesse, Alessandro di Peania prenderebbe la sua lancia e trafiggerebbe i suo rivali in amore Protagora: Da giovane, i sofisti e tutti i progressisti contestavano il ruolo della Società, dicendo che allontanava l'Uomo dalla Vita, con tutte le regole e divieti. Per recuperare questo legame, si esaltava la libera sessualità, per il recupero dell'istinto. I conservatori, invece la negavano, perchè la ritenevano strumento di caos e di negazione dell'ordine sociale Simplicio: Ma adesso si è invertito tutto. Non c'è nessuno di più bigotto di Stercodario e dei suoi seguaci Protagora: Per cinismo, perchè lui rappresenta i veri passatisti e perchè vi è uno scontro culturale Simplicio: Che scontro culturale ? Protagora: Stercodario e i suoi scherani rappresentano la Cultura della Scrittura, nel senso più deteriore, mentre Pericle quella della Parola Simplicio: Qual'è la differenza ? Protagora: La Scrittura si confronta con il lettore. Individuo con proprie convinzioni, simili, ma distinte da quelle di coloro che lo circondano. Cerca di convincerlo, argomentando. Nella sua solitudine, lo fa riflettere su se stesso, confrontando la sua realtà con quella evocata dallo scrittore. La Parola è invece diretta alla Comunità. Si rivolge a ciò che ci rende simili al prossimo, non a ciò che ci distingue. E per questo non si concentra sul particolare, ma sull'universale. Non affronta la ragione, ma abbaglia l'anima. La Scrittura è causa ed effetto della cultura della Riflessione. La Parola di quella dell'Immagine. Simplicio: Ma Pericle, benchè non scrivi favole milesie come Stercodario, è altrettanto dotto Protagora: A differenza di Stercodario e dei suoi seguaci che costituiscono nazione nella nazione, Pericle ha capito che gli ateniesi vivono ancora in una dimensione orale e perciò non nega il Demos, ma vi entra in empatia, condividendovi pregi e difetti Simplicio: Perchè Stercodario non vi riesce ? Protagora: Perchè la cultura della Scrittura è anche cultura della Colpa in cui i comportamenti sono imposti tramite divieti interiori. Chi li non li ottempera si sente oppresso da un sentimento individuale di angoscia ed rimorso. Invece la cultura della Parola è quella della Vergogna, l'adempimento di regole e di obblighi è al contrario ottenuto tramite la proposizione di modelli positivi di comportamento. E chi non si adegua, incorre nel biasimo sociale. Pericle ha maggior facilità ad individuare e forgiare tali modelli Simplicio: E' possibile che Stercodario non capisca ciò ? Protagora: No, lo ha capito. Per questo getta sterco su Pericle, per oscurarne la fama... Tuttavia, per la sua separazione dal Popolo, Stercodario non capisce che le accuse sono proprio su ciò che gli ateniesi considerano motivo di gloria e di vanto Simplicio: Maestro, ma la cultura della Parola è così superiore a quella della Scrittura ? Protagora: Ha due grossi limiti. il peso del conformismo. Il secondo, è l'equivalenza tra l'essere e l'essere noti. Entrambe però costringono l'individuo a delegare ad altro, l'autorità, il contesto sociale, il suo ruolo di giudice del Bene e del Male. E la rinuncia ad essere misura di tutte le cose è la rinuncia alla pienezza dell'Umano
Bloghimista blog, la tv futurista
La Voce Futurista lancia sul web la sua ultima sfida, una tv interamente futurista, prima in Italia nel suo genere , volta al progresso, dinamica, digitale, diretta, on-demand, senza retorica moralistica, priva di servilismo patrio. Sarà una tv veloce, coloratissima, incendiaria! Dal Rosso Trevi di Cecchini al Blu Elettrico Rivoluzionario de La Voce Futurista, da Marinetti a Guerra, da Balla a Brugnoli, sarà trasmesso al Mondo un unico messaggio, quello dell’avanguardia più pura e vitale, vera di verità futurista! Sarà faziosa e di parte sapendo e dichiarando di esserlo, perché sarà per la vita sulla morte, per il progresso sul passatismo, per il coraggio delle idee, lontana dalla politica partitocratica, contro sinistra e destra, nomi ottimi per i punti cardinali ma privi di senso in politica, vuoti come le zucche che vi fanno parte. Conterrà trasmissioni in italiano, in inglese e in latino, un latino moderno più dell’italiano, quest’ultimo corrotto da troppi idioti pseudo-scienziati, da orribili mostri che si chiamano linguistica, fonetica e tutti gli orrori e le coglionate in –ica uscite dalle fetide menti di cattedratici marci e malati di accademismo. Bloghimista, la tv futurista, può essere seguita direttamente dal blog “La Voce Futurista” - http://lav0cefuturista.splinder.com - o sul suo canale diretto - http://www.livestream.com/bloghimistablog - e potrà essere prelevata e inserita nei propri blog con colori e misure scelti dagli utenti, inoltre contiene una chat istantanea per dialogare con la redazione, i programmi posso essere votati e commentanti in qualsiasi momento ed è possibile inviare filmati che saranno visionati e quindi successivamente mandati in onda dalla direzione. Armando Di Carlo
Contaminazioni
Vecchie o nuove, di natura etnica, linguistica, religiosa, sessuale o altro, le comunità sono le dimensioni naturali dell’appartenenza. Foss’anche per staccarsene, nessuno può esistere senza. Poiché la ragione pratica s’esercita inevitabilmente in un contesto, l’io è sempre incorporato in una storia ed essa non si riconduce mai a uno statu quo, tanto meno al passato. Beninteso, nessuno è tenuto (né dev’esserlo) ad appartenere a una comunità. Si può entrarvi, si deve poterne uscire ed eventualmente tornarvi. L’esperienza storica mostra che l’appartenenza a una comunità è legittimamente vista come positiva da molti (pone a contatto con coloro nei quali ci si riconosce) e legittimamente vista come negativa da altri. Ai giorni nostri, in un’epoca nella quale lo Stato sociale pare in crisi irreversibile, la dimensione d’appartenenza è anche, in molti casi, un potente fattore d’aiuto reciproco e solidarietà. In un’ottica giacobina, come quella francese, la dimensione d’appartenenza esclude altre dimensioni d’appartenenza (l’ossessione della «doppia lealtà»). In un’ottica non giacobina, compito del politico è articolare insieme più dimensioni d’appartenenza. L’ascesa delle comunità coincide con l’esaurimento dello Stato-nazione, che nel periodo posteriore alla pace di Westfalia è stato la forma politica privilegiata della modernità. Non è un caso: l’emergere della postmodernità va di pari passo con la paralisi progressiva del modello dello Stato nazionale e la ricomparsa di forme politiche che lo superano (blocchi continentali dal ruolo-chiave nel mondo multipolare) o lo erodono (rivendicazioni localiste, moltiplicazione delle «comunità» e delle «tribù» per l’esplosione delle identità per effetto della secolarizzazione, rinascita dei radicamenti regionali e frontalieri-transnazionali). La modernità ha fatto dimenticare che la storia ha avuto e avrà altre forme politiche rispetto allo Stato-nazione. In un passato non remoto, la grande forma rivale dello Stato-nazione è stato l’Impero, i cui più antichi teorici furono Marsilio da Padova, Dante e Nicolò Cusano. Caratteristica dell’Impero, che non è una nazione più grande delle altre, è articolare le differenze. La sovranità vi è ripartita, le particolarità etniche e culturali, religiose e di costumi vi sono giuridicamente riconosciute, se non sono contrarie alla legge comune. La regola è applicare il principio di sussidiarietà. Oggi vari suoi principi si ritrovano nell’idea federalista, l’unica a conciliare la necessità dell’unità di comando al vertice col rispetto della diversità a ogni livello, a partire dalla base. Nella tradizione dell’Impero, nazionalità non è sinonimo di cittadinanza. I concetti sono diversi: il popolo politico (demos) non si confonde col popolo etnico (ethnos), ma l’uno non ostacola l’altro. Invece sono indistinguibili nell’ottica giacobina. Si nota oggi che i «repubblicani» appiattiscono la nazionalità sulla cittadinanza, mentre i razzisti appiattiscono la cittadinanza sulla nazionalità. Gli uni e gli altri si congiungono in uno stesso ideale d’indistinzione. Al vivere insieme di chi abita lo stesso Paese occorre una legge comune, s’è detto. Un punto su cui non si può transigere: è nella natura stessa del multiplo esigere un principio unitario, senza il quale si finisce nella spirale infinita delle rivendicazioni dei «diritti», equivalente alla «tirannia delle minoranze» paventata da Tocqueville. Ma la legge comune deve tener conto delle particolarità, esaminare le rivendicazioni legate a consuetudini, ammettere quelle che non minacciano l’ordine pubblico e prevedere le disposizioni necessarie perché possano esistere. Ma al di là della legge comune non c’è da farsi illusioni: solo un grande progetto può nutrire la volontà di vivere insieme e darsi un destino. L’epoca attuale, che privilegia gli interessi sui valori, sembra ormai lontanissima dai grandi progetti collettivi. Le rivendicazioni sociali sono sempre più parcellizzate e pare trionfare l’individualismo dei comportamenti. Ma, giunta al compimento, ogni tendenza si capovolge bruscamente. Domanda fondamentale: a quale grande progetto potrebbero associarsi le comunità? Un Paese non trova coesione annientando le coesioni particolari. La natura sociale dell’uomo può esser pensata solo a partire dalle comunità che formano il tessuto della società. Solo così, forse, si potrà civilizzare la differenza. Alan de Benoist
REATO DI FUTURISMO GRAZIANO CECCHINI
GRAZIANO CECCHINI REATO DI FUTURISMO IL DOMENICALE Piazza di Spagna.. rotola la vita inviate una mail - per la raccolta firme contro (oggi è in edicola il domenicale) http://www.youtube.com/watch?v=n_utRlcwr1E&feature=player_embedded FILMATO
UGO SPEZZA RELIGIONE SCIENZA EVOLUZIONE
RELIGIONE SCIENZA EVOLUZIONE di UGO SPEZZA (estratto) Religione, Scienza ed Evoluzione. A 200 anni dalla nascita di Darwin la Religione riesce ancora ad imporre alle nazioni idee conservatrici. Fungendo da freno per lo sviluppo della Scienza rallenta e inibisce l'evoluzione tecnologica dell'umanità. Eppure la scienza non ha potuto sostituire la Religione; perchè? [...] Molti critici contemporanei delle religioni, ad esempio Richard Dawkins o Michael Onfray, si scagliano contro le caste religiose, contro i loro dettami, contro la loro irrazionalità, tentando di farne affiorare le incoerenze logiche e definendo i contorni della applicazione negativa dei loro precetti in una realtà di divisione, incomprensione e persino di guerra fra gli uomini che li applicano. Pochissimi però si sono posti una domanda: come mai la concezione religiosa della realtà continua a funzionare? Come può avere ancora un seguito su miliardi di persone in tutto il mondo, influenzando direttamente la vita politica, sociale e lo sviluppo tecnologico? Il presente articolo vuole proprio dimostrare che la scienza non ha potuto sostituire le funzioni sociali della religione in tutte le sue forme, sotto un certo punto di vista, la scienza è stata in qualche modo manchevole nel fornire una base etica alternativa. Vedremo nel seguito come la scienza abbia letteralmente sgretolato, con suo evolvere attraverso i secoli la "fisica" dei testi religiosi, la centralità dell'essere umano nell'universo e poi (con un vero e proprio colpo di maglio...), la certezza che l'essere umano fosse di derivazione divina. Leggi tutto, su www.futurology.it il sito di Ugo Spezza. http://www.futurology.it/Articolo%20Religione,%20... ARTICOLO COMPLETO http://estropico.blogspot.com/2009/04/scienza-e-r... http://www.youtube.com/watch?v=Yd9cf_vLviI
25 APRILE 2045 GRAZIANO CECCHINI FUTURISMO DEMOCRATICO
25 APRILE FUTURISMO DEI DIRITTI UMANI
http://www.exibart.com/profilo/eventiV2.asp?idele... http://www.castelvetranoselinunte.it/graziano-cec... http://www.youtube.com/watch?v=ass79jwRWWc FILMATO http://www.youtube.com/watch?v=d5VAkYdXUpU FILMATO
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